2014/12/02
02
dicembre
di Anna
Bagiante
Paolo Vagliasindi nasce
nel 1838 a Randazzo. Appassionato d’arte, d’antichità classica e
uomo di infinita generosità.
Per merito suo, infatti,
è possibile il riscatto del Convento dei Cappuccini donato da lui
stesso ai Frati, dopo che nel 1866 era stato incamerato dallo Stato,
a seguito delle leggi per le corporazioni religiose. Ma il suo nome è
legato alla città per un altro accaduto molto fortunato e un po’
leggendario. Tutto inizia, quando una contadina lavorando nel feudo
di S. Anastasia (che si trova nella pianura ai piedi dell’Etna e si
estende verso l’Alcantara presso il paese di Mojo), proprietà del
Vagliasindi a circa 6 km da Randazzo, trova casualmente un piccolo
oggetto d’oreficeria, che consegna al proprietario della terra.
Paolo, capendone l’origine, inizia una prima serie di scavi.
Diffusasi la notizia, la Direzione delle Antichità di Palermo prende
contatti con il Vagliasindi e da allora sono condotte regolari
campagne di scavi nel territorio di S. Anastasia e Mischi, dirette
nel 1889 da Salinas, che vede poco a poco emergere una vera e
propria necropoli, identificata come Tissa e citata da Cicerone
nelle Verrine.
Vent’anni dopo Paolo
Orsi fa ulteriori scavi con i quali vengono alla luce altre tombe e
corredi funebri, monete, vasi greci e di produzione corinzia, anfore,
utensili, gioielli, statuette, hydrie, reperti di produzione ionica,
ceramiche di produzione attica risalenti al V sec. a.C. e stamnoi,
pissidi, lekani del IV secolo.
Come per legge, alcuni
oggetti vengono ceduti al Museo Nazionale di Palermo e a quello
Archeologico di Siracusa.
Paolo Vagliasindi rifiuta
ogni offerta ricevuta per vendere la collezione, soprattutto per la
cessione del bellissimo e raro oinochoe, vaso per la mescita del vino
in terracotta, con figure rosse su sfondo nero e raffigurante il mito
di Fineo e le Arpie. Il Vagliasindi vuole fortemente che la
collezione da lui ritrovata resti a Randazzo e così al prezioso
tesoro destina una sala del suo palazzo, rendendola pubblica ai
visitatori.
Nel 1904 la collezione
Vagliasindi è esaminata di nuovo e catalogata dal Museo Nazionale di
Roma.
Alla morte di Paolo
Vagliasindi, nel 1913, la collezione rimane al figlio Vincenzo, ma è
seriamente danneggiata dai bombardamenti del 1943 che distruggono
quasi il palazzo; molti pezzi vengono distrutti o rubati. Tutta la
refurtiva è recuperata con la sola perdita di un “helikes”in
lamina aurea a testa d’ariete e di qualche moneta; alcuni pezzi
vengono recuperati dalle macerie dai Padri Cappuccini del vicino
convento.
Negli anni ’60 la
collezione è esposta in una sede provvisoria presso la Casa di
riposo di Randazzo. Solo nel 1997, quando gli eredi affidano il museo
all’Amministrazione Comunale, i pezzi vengono catalogati e
restaurati, ma quelli distrutti dai bombardamenti mai rimessi a
nuovo. I pezzi interi e d’inestimabile valore trovano finalmente
dimora nel Castello Svevo (costruito per volere di Federico II di
Svevia) presso il quartiere di S. Martino.
A Paolo Vagliasindi si
deve una collezione antica, lasciata e custodita a Randazzo per le
generazioni future che ne raffigura importanti eventi storici e ne
racconta antiche origini.
Posted on martedì, dicembre 02, 2014 by Unknown
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Qual è il nostro punto di vista?
La domanda ha spinto noi ragazzi del liceo classico "Don Cavina" a realizzare questo blog. Il . di vista è uno spazio culturale per esprimere e condividere esperienze, idee e riflessioni. Gli studenti, giovani apprendisti-giornalisti, misurano le loro 'forze' confrontandosi con l'oggi attraverso un mezzo di comunicazione attuale di grande impatto e risonanza qual è un blog.
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